Roma, sei anni per una sentenza in sede penale
Ognuno ha diritto di essere sottoposto ad un processo penale che abbia un termine, un limite oltre al quale non è più giustificato l’interesse dello Stato a punirlo, e che quindi non abbia una durata infinita.
Al di là della prescrizione dei reati che porta alla morte del processo che non si conclude entro un dato termine previsto dalla legge, il problema è che il limite della ragionevole durata del processo viene spesso e volentieri abbondantemente oltrepassato nei tribunali e nelle Corti di appello italiani.
Una giustizia rallentata equivale ad una giustizia negata.
Ed infatti, il lungo decorso dei termini può portare alla mancata punizione di un soggetto colpevole di aver commesso un reato o, al contrario, alla mancata dichiarazione di innocenza di un soggetto che invece non è colpevole.
Il Tribunale di Roma, sotto questo aspetto, detiene un primato negativo, attestandosi ben sopra la media della durata dei processi penali in Italia.
Quanto dura un processo penale a Roma
Con quasi nuovi processi 60.000 processi penali instaurati ogni anno, il Tribunale ordinario di Roma, inteso quale rito collegiale sezione assise ed ordinaria, rito monocratico in primo grado quale appello giudice di pace, indagini e udienze preliminari, vede un altissimo numero di giudizi da dover affrontare che si sommano a quelli già pendenti.
Allo stesso modo anche la Corte d’appello, nella sezione ordinaria, assise e minorenni, vede ogni anno un numero elevato di nuovi processi iscritti con una media che supera abbondantemente i 10.000 nuovi giudici.
La durata media dei processi penali che si celebrano in Italia è di 1600 giorni a partire dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione.
Insomma, gli imputati sottoposti a processo mediamente vedono una sentenza definita dopo ben quattro anni e quattro mesi dall’avvio.
Circa la metà di questi giorni si passano in secondo grado, ovvero dinnanzi alla Corte d’appello.
Il numero più allarmante riguarda però la durata media dei processi penali che si celebrano nel tribunale capitolino: 2.241 giorni, vale a dire più i sei anni.
Diritto al risarcimento del danno per la durata del processo
Si tratta di un tempo immotivatamente più lungo rispetto alla media italiana che si scontra, spessissimo, con i sei anni previsti dalla legge Pinto e relativi alla c.d. ragionevole durata del processo superati i quali l’imputato ha diritto ad un risarcimento da parte dello Stato.
Stando ad una recente analisi svolta da “Il Sole 24 Ore” e condotta a fine 2019, in cui sono stati elaborati i dati raccolti dal ministero della Giustizia relativi ai 26 distretti di Corte d’appello presenti in Italia, il dato che riguarda il Tribunale di Roma si attesta tra i peggiori della classe.
In particolare, è emerso che le indagini in procura a Roma durano 425 giorni su una media di 323 giorni; il processo in Tribunale dura 557 giorni su una media di 375 giorni; il procedimento in Corte d’Appello dura 1128 giorni su una media di 759 giorni.
Insomma, negli altri tribunali italiani, le indagini preliminari portati avanti dalle procure con l’ausilio della polizia investigativa ed i processi in primo grado svolti in tribunale hanno una durata media di circa un anno, termini che si raddoppiano in appello tornando ad una media di 132 giorni in Cassazione.
A Roma, invece, sia nella fase delle indagini preliminari che nei processi di primo grado, i termini si aggirano intorno all’anno e mezzo per sfasare qualsiasi statistica in grado di appello.
Infatti, il vero ingorgo è rappresentato dalla Corte d’Appello dove, in media, si arrivano a sfiorare i 1.128 giorni a fronte dei due anni di soglia.
Si tratta, in sostanza, di numeri che non solo scombussolano in negativo le statistiche italiane relative alla durata dei processi penali ma che sono completamente al di fuori da qualsiasi comparazione europea.
Il problema principale è sempre e soltanto uno: il carico di arretrato che ogni anno si accumula a quello dell’anno precedente fino a quando arriva la prescrizione a creare uno sfalcio.
La scarsa dotazione di magistrati ed amministrativi nei tribunali romani accentua questa sproporzione influenzando in maniera negativi sui termini di durata dei processi avviati a Roma.
Le ragioni della durata di un processo penale
Al di là della carenza di organico che paralizza l’ordinario lavoro nei tribunali romani, le lungaggini dei processi penali svolti nella capitale sono dovuti anche ad altri fattori, più o meno comuni a tutti i processi penali italiani.
Le cause del ritardo, infatti, sono molteplici e si verificano a vari livelli del sistema processuale, partendo già dalla fase delle indagini preliminari.
In particolare, una fonte di rallentamento può essere data proprio dalla pesantezza della fase delle indagini preliminari dovuta ad esempio dagli adempimenti per gli avvisi e le notifiche, dalle varie richieste di proroga e dalla difficoltà di coordinamento tra procure e polizia giudiziaria.
Altro intoppo si verifica durante la fase dell’udienza preliminare che ormai non svolge più la sua funzione.
Altra causa di ritardo, paradossalmente, si ha con il ricorso ai giudizi abbreviati che anziché essere snelli e veloci finiscono con il diventare lunghi, complessi e poco premiali rispetto al rito ordinario.
Annoso problema, poi, è quello delle notifiche che sono spesso causa di rinvii, specie nei processi dove sono coinvolti molti imputati o anche molti testimoni.
Ed ancora, molte volte i rallentamenti sono dovuti ai cambi in corsa dei magistrati.
In questi casi, infatti, se i difensori non acconsentono all’acquisizione di tutti i verbali già depositati davanti al primo giudice, si rende necessario sostanzialmente ripetere l’intero processo.
Ed infine, intoppi si verificano anche a causa delle perizie e delle esigenze istruttorie dei tecnici esterni che necessitano sempre di tempi più lunghi rispetto a quelli fissati.
Questi e numerosi altri motivi portano frequentemente a sforare il termine della ragionevole durata del processo fissato a sei anni.
Risarcimento ritardo del processo
Come ci ha spiegato lo Studio Legale Buccilli di Roma, infatti, con la legge n. 89 del 2001, c.d. Legge Pinto, è stato introdotto nel nostro sistema il diritto ad un’equa riparazione all’imputato che ha subito un danno patrimoniale o morale a causa dell’eccessiva durata del processo.
Ciò in osservanza della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Il problema si era posto dopo l’eccessivo numero di ricorsi arrivati alla Corte di Strasburgo contro l’Italia.
Con l’introduzione dell’equa riparazione sono aumentati i ricorsi al giudice interno anziché alla Corte internazionale e, questo meccanismo, sta portando lo Stato a ricevere condanne per quasi un miliardo di euro.